Alda Merini e Maria Fuxa due poetesse al Premio di Poesia Marineo

Alda Merini_Maria Fuxa

Spesso succede, andando a ritroso nel tempo, di imbatterti in poeti che hanno fatto la storia del Premio Marineo e dei quali riscopri con piacere la caratura ed il valore delle loro liriche.
Sto parlando della 7^ edizione del premio di poesia “Città di Marineo“, quando nel 1981 la qualificata giuria, allora composta da Ignazio Buttitta, Francesco Brancato, Santi Correnti, Antonio Maria Di Fresco, Piero Di Giovanni, Giovanna Musolino, Bent Parodi, Gianni Puglisi, Alessandro Quasimodo e Giuseppe Quatriglio, pur assegnando rispettivamente i primi tre premi ad Emilio Milan, Mauro Donini, Lina Fritschi, ritenne di segnalare, fra le opere finaliste di quella edizione, il volume “ Destinati a morire” di Alda Merini –Antonio Lalli Editore- ed inserire nell’antologia del premio la lirica” I poeti lavorano di notte” che di seguito riportiamo per la bellezza palpabile dei versi che si stagliano nel firmamento della poesia italiana contemporanea:
I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
Mai come in questa lirica si era evidenziato in modo così chiaro il manifesto poetico della Merini sulla essenzialità del ruolo e dell’importanza del poeta nella società, che sicuramente avviene silenziosamente per dare voce all’io interiore, agli ultimi, agli emarginati, in modo da far comprendere come tali voci, pur costrette al silenzio, dentro la depressione del manicomio, “fanno ben più rumore di una cupola di stelle “. Sovente, nella società di oggi, non si dà peso alla poesia, anzi si cerca di neutralizzarla, e Alda Merini segnata a dito come “la pazza della porta accanto”, invece da prigioniera della libertà ci ha aperto gli occhi sul valore assoluto della  profondità dell’esistenza. Il messaggio della poetessa è abbastanza chiaro: ci si deve difendere da una società che ti emargina in continuazione perché ti considera un diverso.
Mi ha molto colpito la prefazione al suo volume “Destinati a morire” del docente di psicopatologia dell’Università di Milano, Stefano Fiorelli, quando afferma testualmente come “questa donna pare spaccata in due, da una parte la sua vita completamente anonima, chiusa in un guscio di tragica sofferenza, dall’altro l’esplosione della sua lirica, davvero bella, davvero infinita”.
Ma la lettura delle liriche di Alda Merini mi ha portato a considerare il caso analogo di Maria Fuxa , la poetessa di Alia alla quale è stato assegnato il terzo premio Città di Marineo nel 1991 alla XVI edizione. Una donna segnata dallo stesso destino dentro il vecchio manicomio palermitano di via Pindemonte e che s’impose all’attenzione della giuria con la raccolta” Paesaggio dell’anima” – Asla Editore . Di quest’ultima raccolta venne inserita nell’antologia del premio Marineo la poesia “ il sudario dei miei silenzi” che si muove sul binario del dramma esistenziale vissuto dalla poetessa all’interno dell’ospedale psichiatrico. Una storia allucinante di disperazione, nell’illusione di evadere da una prigione sia del corpo che dell’anima in cui non c’è spazio nemmeno per assaporare la propria identità:
non chiedetemi chi sono
non chiedetemi dove vivo
anche se il sole
fa sorridere i prati…..
la mia bocca pronunzia
sovrumani silenzi
perché mi copre un sudario….
e la poetessa non riesce a mostrarsi nella sua vera essenza coperta sempre dal “sudario” dell’indifferenza se non addirittura dall’emarginazione degli altri. L’amarezza provata in quel contesto da Maria Fuxa è desolante:
“non chiedetemi, no,
chi sono,
e non chiedetemi neppure
dove andrò…
Anche se strapperanno
il pugnale dal cuore
e si apriranno strade
i miei passi resteranno
colombe incatenate:
mi copre un sudario di morte…
non chiedetemi più
chi sono
e non chiedetemi
perché vivo…
Sono instancabile onda del mare,
il mio ruscello non sa di fiumi…
mi circonda un sudario,
il sudario dei miei silenzi.
Ormai si comprende bene come il sogno della sua libertà si sia arenato per cui non rimane a lei se non l’esile speranza di lanciare un appello perché venga liberata da una struttura di segregazione come quella del manicomio in modo da recuperare non solo la dignità calpestata ma soprattutto respirare il soffio fondamentale dell’esistenza.
Oggi a distanza di tanti anni, proprio nella giornata dedicata alla poesia, è bello constatare come, sia Alda Merini che Maria Fuxa, malgrado i gravissimi disagi patiti, proprio grazie alla poesia abbiano ritrovato un approccio possibile con l’esistenza e con la vita cosiddetta normale.

             15.03.2019  Ciro Spataro

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