Libri: presentato a Misilmeri “Assietati ca tu Cuntu” di Vincenzo La Lia

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di Valentino Sucato

Vincenzo La Lia, scrittore misilmerese, continua il suo percorso di crescita artistica con opere che, tra loro, si differenziano per contenuti, stili e narrazione ma che rimangono legate tutte da un filo comune, sottile, invisibile, immaginifico che agli occhi del lettore appare presente, vicino.
Ogni opera, la più vicina temporalmente, è quella che meglio fotografa l’autore, che lo rende attuale, che lo fa parlare agli altri. Succede questo anche in La Lia, che con l’opera “Assietati ca tu Cuntu” pubblicato dalla Casa Editrice Qanat di Palermo, riesce a fare della sua scrittura e della sua analisi narrativa una vera e propria fotografia dove lo spazio e il tempo perdono la dimensione fisica e si “vestono di un abito nuovo” viaggiando nel passato.

La Lia nel suo fotografare la realtà che lo circonda, ne amplifica i contorni, apparentemente normali, enfatizzandone gli aspetti antropici; l’uomo ne è l’assoluto protagonista con tutte le proprie fragilità, che l’autore fa diventare patrimonio letterario.
L’ignoranza (quella genuina, contadina), l’arretratezza culturale, gli usi e costumi, i luoghi comuni, sono tutti elementi che entrano nella scacchiera dell’autore che diventa manipolatore dei personaggi, un burattinaio abile a muovere i fili  di quelle figure che, spesso, si sono dileguate nei meandri tramontati della storia: La Lia li resuscita, gli ridà vita, affonda il coltello nel burro delle storie, quelle comuni, normali e li rende opere.
Spesso si dilunga molto nella descrizione dei personaggi, apparentemente normali, semplici, popolari: tutto ciò non solo è voluto dall’autore ma è anche necessario.

La vita comune (e, con lei, i suoi protagonisti) è difficile da raccontare, perché non ha picchi o escalation da raccontare; semmai diventano pianure quotidiane spesso anonime, monotone, con strade rettilinee in cui insistono poche curve: ebbene, l’autore in questo sentiero, si ferma proprio per esaltare quei momenti, quei flash, quelle poche e impercettibili straordinarietà che vivono nel mondo anonimo e popolare.

La Lia tuttavia, sa che questo è un lavoro impervio, difficile, da psicologi, antropologi, sociologi e storici: l’uso del dialetto nel contesto narrativo è il suo punto di forza che se da un lato rende più leggera la lettura, grazie ad esso, ne colora i personaggi, li dipinge con suoni linguistici che contestualizzano la lettura, narrando in spazi limitati di borghi sconosciuti e forse estinti, storie  che come in Verga, nella  normalità quotidiana diventano straordinarie:  proverbi, termini tipicamente siciliani, descrizioni millesimali di scorci di vita con l’autore, diventano verità storiche, patrimonio in via d’estinzione da tutelare e tramandare alle future generazione.

Aver creato un doppio ponte che dal presente porta al passato e da qui poi al futuro non è un semplice ping-pong letterario, ma una feroce voglia di raccontare un mondo che era così dentro la nostra anima da esser certi che mai sarebbe sfuggito e che invece la modernità, la globalizzazione ha minato alle fondamenta, quel mondo che oggi appare come un insieme di ruderi oscuri e distanti che necessitano di essere illuminati da Vincenzo La Lia.

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norman

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