Arbeit Macht Frei: “Il lavoro rende liberi”

Auschwitz Birkenau_00001In molti giovani è sempre più diffuso il desiderio di prende parte ai “Viaggi della Memoria”,  quei luoghi di deportazione e campi di sterminio, dove si è consumatao il più grande orrore dell’umanità. Auschwitz-Birkenau. Di seguito vi proponiamo una testimonianza.

di Peppe Ruffino – 

 Una delle esperienze più forti e significative della mia vita è stata sicuramente quella di varcare la soglia del tristemente famoso cancello del campo di sterminio di Auschwitz. Una volta arrivati a destinazione, a pochi chilometri di distanza da Cracovia, mi trovo dinnanzi alla celebre scritta “Arbeit macht Frei”, la cui traduzione è “il lavoro rende liberi”. A questo punto la nostra preparatissima guida, Vladimiro, dopo le dovute raccomandazioni, inizia a raccontarci cosa è veramente successo in quei campi di sterminio, partendo proprio da quella scritta. In pochi minuti realizzo che tutto ciò che pensavo di sapere o tutto ciò che ho studiato sui libri di storia riguardo Auschwitz non è che un piccolo frammento di un vero e proprio racconto dell’orrore. Iniziamo la visita del campo di concentramento Auschwitz I che, per quanto sia il più famoso, è molto più piccolo di Auschwitz II Birkenau, cioè l’altro campo di sterminio situato a pochi chilometri di distanza dal primo. La guida, inoltre, ci informa che i nazisti avevano iniziato i lavori per costruire un terzo campo di concentramento ,che doveva essere ancora più grande dei precedenti, ma che, fortunatamente, non è mai stato ultimato. Oltre ai campi di concentramento veniamo informati della presenza di circa 45 sottocapi in cui i deportati venivano utilizzati per lavorare in diverse industrie tedesche costruite nei dintorni, come ad esempio le fabbriche delle munizioni in cui venivano sfruttati donne e bambini. A questo punto riusciamo a comprendere meglio le dimensioni del luogo in cui ci troviamo, talmente vasto che a stento riusciamo a intravedere i confini, e non si può fare a meno di pensare a quante persone persero la vita in quelle innumerevoli strutture, ognuna delle quali conteneva più di 300 deportati, costretti a sopravvivere in condizioni disumane. Non appena entriamo nella prima struttura da visitare veniamo istruiti circa il funzionamento di questa fabbrica di morte. Ogni giorno le SS avevano il compito di uccidere almeno 10 mila persone, e la cosa più tragica e dolorosa è che la menzogna stava alla base del funzionamento di questa macchina infernale. Le famiglie che venivano deportate nei campi di sterminio credevano di andare in una zona sicura, dove avrebbero trovato lavoro e riparo dalla guerra. Per rendere il tutto ancora più credibile, veniva chiesto ad ogni famiglia di portare un solo bagaglio del peso massimo di 25 chili, mentre agli uomini veniva ricordato di portare con sé gli attrezzi da lavoro. In realtà appena arrivati al campo di sterminio una parte dei deportati veniva registrata in appositi elenchi e subito dopo avveniva la separazione tra uomini e donne, anziani e bambini. Veniva detto a queste persone che la separazione dai propri cari era solo temporanea, ma purtroppo non era così. Alle famiglie veniva negato in questo modo persino di scambiarsi l’ultimo saluto, mentre gli anziani, essendo ormai inadatti ai lavori fisici, venivano “giustiziati” per primi. Sento una profonda rabbia continuare a crescere dentro di me, e molti visitatori cadono in un rigoroso silenzio. Pochi istanti dopo ci ritroviamo davanti alle prove di questo massacro. All’interno di una teca vediamo centinaia di barattoli vuoti che, in passato, contenevano del pesticida per le colture e per gli animali. Casualmente si scoprì che tale pesticida alla temperatura di 27 gradi diventava un gas letale e, per perfezionare questo gas, il dottor Mengele (uno di peggiori assassini della storia) si servì dei bambini. Egli, raccontava la guida, era solito camminare per le strutture con le tasche del camice colme di caramelle, con cui invogliava i bambini a seguirli nelle camere a gas per condurre i suoi esperimenti. Di circa 3000 bambini, solo 200 sopravvissero. Continuando la visita all’interno dell’edificio vediamo molte altre teche contenenti migliaia di altri oggetti, tra cui valigie, occhiali, spazzole o protesi, che venivano sottratte per sempre ai detenuti. Rimango pietrificato non appena entriamo in una stanza dove, all’interno di un’altra teca, era contenuta una quantità spropositata di capelli . I nazisti, oltre che servirsi di assassini tedeschi per uccidere i deportati, crearono un’unità speciale a cui far eseguire gli ordini più crudeli e disumani. Questa unità speciale veniva chiamata “Sonderkommando”, ed era costituita dagli stessi deportati, obbligati a rendersi complici di quell’orrore. Era un modo per privare i deportati della propria umanità.  Venivano costretti a tagliare i capelli dai corpi senza vita delle donne e dei bambini o , peggio ancora, venivano obbligati a cremare i corpi dei propri compagni di sventura. Potrei, in maniera più dettagliata, continuare ancora a raccontare le mostruosità di cui sono stati capaci questi individui, che si arrogavano il diritto di decidere come sopprimere la vita dei propri simili in un modo così scellerato o le tante storie di chi è sopravvissuto a tale eccidio che mi sono state raccontate dalla guida, una persona speciale che mi ha molto colpito, oltre che per la sua preparazione, per l’impegno con cui giornalmente mantiene viva la memoria di tutte le vittime innocenti che hanno perso la vita all’interno di quei campi di concentramento. Proprio per questo voglio concludere il racconto di questa mia esperienza invitando tutti a recarsi in quei luoghi di persona, e riportando le parole della nostra guida che, ultimata la visita, ci invitò a riflettere sul fatto che il nostro viaggio iniziava una volta usciti da quei campi, e che da quel momento eravamo testimoni di ciò che è realmente successo, con l’obbligo morale di non poter tacere. “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

Galleria fotografica a cura di Debora Taormina

 

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