Marineo, la Dimostranza di San Ciro: una storia di oggi

la dimostranzaweb di Giulia Lo Porto

La festa è l’irruzione della gioia nel ritmo feriale della vita, segna un nuovo inizio, è occasione di cambiamento, spesso è legata ai ritmi della terra, al susseguirsi delle stagioni o alla memoria di qualcuno la cui vita offre, ciclicamente, nutrimento, proprio come i frutti di un raccolto che non si esaurisce mai. Perché la festa nutra, però, è necessario non smarrirne il senso, cercare sempre nuovi significati, fare la fatica di scorgere connessioni con il presente, osare orizzonti nuovi di futuro.

A Marineo, paese di circa 7000 abitanti, in provincia di Palermo, dal 1700, la penultima settimana di agosto viene messa in scena la “Dimostranza di San Ciro”, la rappresentazione della vita e della passione di Ciro d’Alessandria, martire cristiano delle ultime feroci persecuzioni romane. La prima caratteristica della rappresentazione è che si svolge per le strade del paese. Nessun teatro, nessun luogo chiuso, nessuna prima fila da conquistare, ma quattro piazze nelle quali le diverse scene si ripetono per offrire a tutti la possibilità di assistere, anzi di partecipare. La Dimostranza, infatti, è festa attiva del popolo: la macchina organizzativa si mette in moto con molti mesi d’anticipo e ciascun componente della comunità è chiamato a farne parte. Dalla stesura dei copioni, alla cucitura degli abiti di scena, dalla sistemazione dei microfoni alle prove vere e proprie, nessuno è escluso. È difficile distinguere se sia la comunità a fare la Dimostranza o la Dimostranza a fare la comunità. Sono probabilmente vere entrambe le cose. Per il tempo necessario alla preparazione “comunità” e “popolo” non sono termini astratti ma concreti, sono volti, voci, maestranze, condivisioni, collaborazioni, fatica e gioia incarnate in un progetto condiviso, è una storia, quella di San Ciro che ri-vive spezzandosi nelle mille storie di vita di chi nel presente la racconta. La storia di Ciro d’Alessandria, infatti, non può essere raccontata come “cosa passata”, no. È la storia di un uomo che ha amato e sofferto, che ha scelto e che ha vissuto, la storia di un uomo che non ha chiuso gli occhi su quanto accadeva attorno a lui e che è riuscito ad intrecciare la propria esistenza con la vita di molti, fino alle conseguenze più estreme, lì dove solo l’amore riesce a spingersi. Ciro d’Alessandria era un medico, nacque intorno al 250 d.C, nella sua città studiò medicina ed aprì il suo laboratorio, era bravo, dicono le poche fonti arrivate fino a noi. Ma i suoi progetti sono stati spezzati dalla violenza dei potenti, dall’ideologia che dilania i cuori e uccide i corpi, dalle scelte politiche con le quali si sacrificano i popoli sull’altare di più proficui interessi. Come accade a molti, troppi uomini e donne di oggi, Ciro ha dovuto abbandonare la sua città, spingersi oltre i confini di appartenenza alla ricerca di pace, alla ricerca di un luogo in cui vivere senza fuggire, in cui crescere senza morire. Ma scappare sconvolge la vita e se non si vuole rinunciare ai propri sogni bisogna trovare l’audacia di trasformarli. Così Ciro abbandona la professione di medico e si ritira nel deserto alla ricerca di se stesso e di quel Cristo Gesù il cui amore vale, insieme, tutta la vita e tutta la morte. La vita ascetica nel deserto, però, non toglie a Ciro la capacità di restare in ascolto del destino dei fratelli; anzi, la possibilità di passare da una scelta ad un’altra sulla base del presente da vivere, restando fedele a se stesso e alla relazione con Cristo e il Vangelo, è per Ciro il segno più vero dell’incarnazione del Figlio di Dio. La vita adesso esige per lui l’abbandono di una “norma”, quella della vita nell’eremo, a favore della “forma”, della vita cioè con cui il Vangelo costantemente muta la realtà spingendo chi lo segue ad una metamorfosi costante. Parte Ciro, incontro ai cittadini oppressi dalla persecuzione, torna lì da dove il pericolo lo aveva spinto a scappare, per offrire ai perseguitati una possibilità di salvezza, una parola, un conforto, quella consolazione profonda che solo il farsi vicino e presente di un uomo ad un altro uomo riesce a dare. Questo ritorno gli costerà la vita. Sarà catturato, torturato, decapitato. Ma la morte non uccide i vivi e così il culto di san Ciro da Alessandria si diffonde nel mondo intero.

 Poiché la “Dimostranza” non è solo rievocazione del passato, in questa edizione si è sapientemente deciso di sottolineare i punti di contatto tra la storia del santo e le vicende di oggi. Nell’oggi incomprensibile che stiamo vivendo, infatti, la religione diventa ancora ideologia, gli interessi politico-economici devastano popoli e territori e proprio nella regione in cui visse san Ciro i cristiani subiscono persecuzione, i musulmani vengono uccisi, decapitati dai fratelli, le dittature custodite o ribaltate dalle grandi potenze mondiali sulla base dei singoli tornaconti, le guerre costringono alla fuga milioni di profughi. Per questo la “Dimostranza” si fa ponte che unisce le terre bagnate dal mar Mediterraneo, questo mare d’acqua, sale e sangue dei poveri. Ma al “ponte” costruito con fatica in questi mesi si è voluto dare una storia e un volto, una vita e un corpo, il coraggio e le mani grandi di Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria nel luglio 2013. Paolo, gesuita atipico che nel 1980, dopo aver a lungo studiato l’Islam, l’arabo, la politica e la storia del medio oriente, decide di trasferirsi in Siria per ridonar vita al monastero di Mar Musa. Mar Musa diviene così punto d’incontro tra cristiani e musulmani, spazio di confronto, bottega di pace, dove con sapienza artigiana, si smussano gli angoli della diffidenza, dell’ignoranza, dell’odio. Paolo lungo i trent’anni vissuti a Mar Musa diviene custode e portavoce del desiderio di libertà del popolo siriano, dei tanti giovani che frequentano il monastero e che cercano in lui un punto di riferimento, di quel desiderio di autodeterminazione che è diritto di ogni popolo. Nel 2011, quando il vento delle primavere arabe comincia a soffiare in terra di Siria, Paolo prende posizione e si schiera dalla parte del popolo, contro il regime di Bashar al Assad, e per questo viene espulso dal paese. Diviene così esule con gli esuli, migliaia di siriani costretti a scappare durante il regime di Assad, dopo aver subito torture e minacce. Come loro Abuna Paolo – così lo chiamano gli amici arabi, “nostro padre Paolo” – non si dà per vinto: parla, racconta, denuncia, viaggia, implora, grida. Fino al giorno del suo rapimento, infatti, Dall’Oglio chiede con forza all’Occidente di difendere e sostenere la rivoluzione Siriana, di mettere in moto la macchina della diplomazia, inviando mediatori di pace alle grandi potenze coinvolte: Russia, Cina, Stati Uniti, Israele. Come un profeta, instancabilmente invoca pace e democrazia per il suo popolo, e predice l’islamizzazione radicale della rivoluzione se il grido di quest’ultima non verrà ascoltato, se Assad rimarrà al suo posto. Quando possibile rientra clandestinamente in Siria, incontra coloro che noi chiamiamo, senza distinzione, “terroristi”, dialoga con loro, cerca di capirne le ragioni, sotto le bombe del regime consola le famiglie, incoraggia i giovani, insegna il rispetto del nemico come arma di difesa contro le atrocità della guerra, sosta in silenzio sul bordo delle fosse comuni, piange, prega, fa visita alle vedove, cerca di avvicinare le fazioni entrate in conflitto tra le file dei rivoluzionari. Il 29 luglio 2013, Paolo Dall’Oglio scompare dalle strade di Raqqa senza che nessuno abbia più concrete notizie sulla sua sorte. Da allora i suoi amici, sparsi per il mondo, hanno tentato di tener desta l’attenzione della comunità internazionale su di lui e sulla Siria. Anche la “Dimostranza” di san Ciro ha scelto di fare la sua parte, premettendo all’ultima messa in scena dinanzi al Castello del paese la lettura di un brano che mostra i punti di contatto tra Ciro d’Egitto e Paolo di Siria. L’attesa della sua liberazione è l’annuncio che tutti attendiamo con speranza proprio perché la festa, irruzione di gioia, fecondi la vita, il tempo, il mondo. L’autodeterminazione di un popolo sotto la scure di una dittatura violenta è un processo tanto serio e decisivo da contrapporre in duello vita e morte, schiavitù e libertà, qualcosa di così sostanziale per l’uomo da minare o radicare la democrazia e la pace del mondo intero. Perché il processo vada a buon fine bisogna che tutti collaborino alla riuscita del sogno, così come metaforicamente sperimenta la comunità di Marineo nella festa di san Ciro, ma per non dimenticare i lineamenti del sogno che si persegue, servono visioni, la capacità di vedere realizzato tra le macerie di mille fallimenti il sogno di Dio, i desideri degli uomini: “Un giorno ci sarà una grande festa alla quale parteciperanno i bambini diventati adulti e gli adulti ridiventati bambini. Sarà una festa su tutta la Terra Santa, come la chiamano i cristiani; Benedetta, la proclamano i musulmani; Promessa, la sperano gli ebrei. Dall’Hermon a Gaza, da Tiberiade al Negev, dal mare al fiume, da Gerusalemme a Hebron, a Ramallah, a Nazareth… Il muro verrà abbattuto e non si saprà più dov’era prima. Le vie di acquartieramento delle colonie saranno viali e i reticolati siepi fiorite.

Ismaele abbraccerà Isacco e questi bagnerà di lacrime di gioia il petto di suo fratello. Si terranno per mano e si siederanno insieme vicino alla tomba di Abramo, dalla quale scaturirà un canto di lode, un inno di giubilo. Solo l’amore esclusivo per la casa del Signore, l’Amico degli uomini, abiterà il cuore di Sara e solo le lacrime di gioia e di consolazione solcheranno le guance di Agar. L’ospitalità reciproca sarà la legge del paese. I matrimoni misti diventeranno innumerevoli. I bambini giocheranno insieme, non si lanceranno più né pietre né insulti, non li capiranno neanche più, né in arabo né in ebraico. A Gaza si sentirà giurare per il Dio di Mosè e a Tel Aviv per quello di Muhammad. Chi ritorna dalla Mecca incontrerà chi scende da Gerusalemme, gli abitanti del mondo intero esclameranno: Guardate come si amano!

Anche i discepoli del Nazareno avranno deposto l’orgoglio e si saranno messi a servizio dei pellegrini: Li accompagneranno lodando Dio in Spirito e verità. Le ossa dei suicidi e dei martiri saranno lavate dal perdono, gli assassini soccomberanno alla contrizione e tutti rinasceranno nell’unico abbraccio del Padre”.

(da Collera e luce, di Paolo Dall’Oglio)

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