Recensione di Nino Cangemi, al libro “Garibaldi a Marineo” di Ciro Spataro

“Garibaldi a Marineo” di Ciro Spataro. In Sicilia”l’eroe dei due mondi” dall’entusiasmo alla disillusione.

(di Nino Cangemi) L’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia è stato celebrato dall’editoria con molte pubblicazioni. Tanti i saggi di storia. Tra di essi assumono un rilievo particolare i testi di storia locale. Per vari motivi: la genuinità, la rievocazione dei fatti che s’intreccia a testimonianze in qualche modo ancora tangibili, e perché, se di buona fattura, nel ricostruire le vicende del passato circoscrivendole in ambiti territoriali ristretti danno risalto, accanto ai grandi protagonisti, a personaggi che ancora vivono nella memoria dei luoghi. Ciò vale per il recente “Garibaldi a Marineo” di Ciro Spataro, edito dall’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici. Garibaldi fa tappa a Marineo il 25 maggio 1860, e da lì prepara il suo assalto a Palermo. L’arrivo dell’eroe dei due mondi è salutato dalla comunità marinese con fervore. L’entusiasmo ancora rivive –come riportato nel libro di Spataro- nella memoria di un contadino marinese, Francesco Lo Proto, oggi ottantacinquenne, che ricorda il racconto entusiasta del nonno Giuseppe, che all’epoca aveva dieci anni: “In tutti i paesi e città si attendeva con tanta ansia e tanto amore l’arrivo del generale Garibaldi, e i suoi soldati. Il nonno stesso, non potendo più resistere, sfugge dalle mani del padre Giusto e si lancia a correre per abbracciare il generale Garibaldi, il quale si mette in braccia il bambino accarezzandolo dolcemente; il bambino gli accarezzava la barba dicendogli: – Ch’è bello questo Generale, pare proprio Gesù – “.

La festosità dell’evento è pure acclarata dalla delibera del Consiglio civico di quei giorni, che definisce Garibaldi “genio che come Angelo Tutelare dei popoli veglia sul destino d’Italia”. Molti furono i cittadini di Marineo che presero parte alla spedizione dei “mille”, anche se sul numero le fonti riportate da Spataro sono discordi: 120 secondo la citata delibera del Consiglio civico, 63 secondo l’elenco a corredo della missiva che il capo squadra Andrea Patti invia il 2 luglio 1860 al generale Giuseppe La Masa. La gran parte dei “picciotti” appartiene al ceto popolare, alcuni sono artigiani, ma non mancano esponenti della borghesia intellettuale. Si sottolinea, inoltre, nel libro di Spataro, la partecipazione del clero ai moti garibaldini, tanto che il Generale, seppure anticlericale, notando a Marineo la presenza di “preti buoni”, ebbe a dire: “Ammiro lo spirito patrio dei preti di Sicilia, ben differenti da quelli velenosi di Roma”.

 Nel saggio di Spataro il passaggio di Garibaldi a Marineo è documentato non solo da una meticolosa ricerca negli archivi municipali, ma anche da pagine di rinomata letteratura. Basta citare, tra le diverse presenti nel libro, un passo di Cesare Abba che, nel suo “Da Quarto a Volturno- Noterelle di uno dei Mille”, così descrive Marineo: “Marineo è là, e la sua rupe, a vederla di qui, pare più minacciosa che da vicino. Se si staccasse dal monte rotolerebbe giù sul borgo, sventrandolo come un mostro”.

 Il libro di Spataro è un omaggio a Garibaldi, il cui mito a Marineo è osannato, non appena è lì per sorgere, al suo arrivo nel 1860, cento anni dopo quando il piccolo comune ospita il nipote del Generale, e centocinquanta anni dopo quando ad essere acclamata è la pronipote Anita. Ma si commetterebbe un grave errore se si liquidasse il saggio di Spataro come un testo di mera agiografia di un grande protagonista della storia.

 Malgrado l’ammirazione che in “Garibaldi a Marineo” aleggia per l’eroe dei due mondi, nel volume di Spataro il Risorgimento siciliano è visto anche nei suoi aspetti critici. La disillusione nei siciliani delle speranze alimentate da Garibaldi emerge nel “Diario di Antonino Salerno”, un rivoluzionario marinese che partecipò ai moti del 1848, a causa dei quali subì la prigionia. Nel “Diario” si legge del “gran rifiuto” di Antonino Salerno a Garibaldi che, nel 1862, nel suo tentativo di liberare Roma, cercò invano di convincerlo a far parte “degli armati volontari ribelli” promettendogli la promozione a maggiore. Salerno non seguì Garibaldi perché la cattiva amministrazione piemontese aveva tradito le aspirazioni dei siciliani, come risalta nella tradizione dei canti popolari: “E’ beru che ora c’è la fratellanza/ ma, Cristu Santu!, la miseria avanza”.  Tratto da Libriamo di: Siciliainformazioni.it

 

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